Ambiente: cittadini sensibili, ma servono più informazione e coinvolgimento

Sapreste come disfarvi di un climatizzatore? E dove gettare un rasoio elettrico o un tostapane? Avete informazioni adeguate su come differenziare i rifiuti?

Prova a fare il punto sul livello di conoscenza e di consapevolezza dei consumatori italiani in materia di ambiente, in generale, di raccolta differenziata e RAEE in particolare – i Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche – l’indagine online “Conosciamo l’ambiente” di Adiconsum (l’Associazione per la Difesa dei Consumatori e dell’Ambiente) ed Ecodom, il Consorzio Italiano per il Recupero e Riciclaggio degli Elettrodomestici.

I risultati dell’analisi – condotta su un campione di circa 2500 consumatori, durante l’ultimo trimestre del 2014 – sono stati presentati e discussi lo scorso mercoledì 4 febbraio a Roma: si tratta di una popolazione, quella interpellata, sensibile e informata sui temi ambientali, e provvista di una certa coscienza ecologica. Dunque, se è vero che il campione è rappresentativo degli italiani quanto a sesso ed età, in realtà è mediamente più scolarizzato, connesso a Internet e concentrato nelle regioni del Centro-Nord (l’83%) della media italiana. Per questo non ci devono sorprendere (né far illudere) le percentuali, piuttosto alte, rilevate dall’indagine: il 71% dichiara di informarsi attraverso i mass media, il 14% fa parte di un’associazione che si occupa di ambiente e circa il 13% partecipa periodicamente a seminari o convegni sul tema. Il 60% degli intervistati, inoltre, si sente in prima persona “molto responsabile” della salvaguardia dell’ambiente in cui vive, dimostrando una consapevolezza particolarmente sviluppata e critica. Se pensiamo che, sullo stesso territorio italiano, la raccolta differenziata tocca picchi del 67% al Nord e abissi pari all’1,7% al Sud, allora capiamo bene come il valore di questo dossier risieda soprattutto nello sforzo di comprensione delle difficoltà che ciascun cittadino incontra nel mettere in atto comportamenti virtuosi e nel cercare di portare alla luce i giudizi e le aspettative che tutti noi abbiamo maturato nei confronti delle istituzioni e dei soggetti che erogano i servizi ambientali.

Interessante il dato secondo cui il 71% del campione sostenga che le responsabilità maggiori siano da attribuire alle Istituzioni (rispetto alle quali le responsabilità individuali sarebbero secondarie) e da cui ci si attende una presa in carico più decisa sulle questioni ambientali: “Pericoloso delegare alle istituzioni e reputare solo secondaria la propria responsabilità”, secondo Filippo Bernocchi, delegato ambiente e rifiuti ANCI.

“Per lavorare sulla consapevolezza e la responsabilità individuali, bisognerebbe agire su due versanti”, spiega il direttore generale di Federambiente, Gianluca Cencia, “il primo è attivare la leva della comunicazione e dell’informazione, il secondo è puntare su meccanismi premiali: far capire ai cittadini che se adottano comportamenti virtuosi, avranno un ritorno economico”.

Sul valore delle campagne di informazione concorda Bernocchi: “I risultati dei progetti nelle scuole sono entusiasmanti. Il 70% delle scuole vi ha aderito, parliamo di ben 45mila bambini – circa l’8% della popolazione italiana”.

In particolare, circa la metà del campione dichiara di non essere soddisfatto delle informazioni messe a disposizione dal Comune sulle tematiche ambientali (il 63% la ritiene insufficiente e il 32% migliorabile); mentre appare più elevata la soddisfazione relativa alla chiarezza con cui è stata spiegata ai cittadini la modalità di raccolta dei rifiuti nel proprio Comune (il 52% ha risposto sì). Giudizio più spezzettato, quello relativo alla differenziata, giudicata ottima solo dal 2%, buona dal 29%, discreta dal 22%, sufficiente dal 19%, scarsa dal 29%. Quanto alle difficoltà riscontrate, il 57% degli interpellati hanno ritenuto inadeguato il servizio di raccolta a domicilio, troppo complicata la suddivisione dei rifiuti (29%), mentre il 14% ha giudicato problematici gli orari di apertura delle isole ecologiche.

Ancora. I consumi energetici sono al primo posto tra i fattori critici su cui agire per migliorare la qualità dell’ambiente (85%). Seguono, a pari merito, con il 75% delle risposte, l’inquinamento dell’acqua, la presenza degli elettrodi/antenne, lo spreco di acqua, l’inquinamento del suolo e del sottosuolo.

Solo il 4% del campione ritiene ottima la qualità dell’ambiente in cui vive; per il 9% è buona, per il 16% sufficiente, scarsa per il 31% e discreta per il 40%.

Quanto allo smaltimento dei RAEE, l’indagine dimostra quanta strada sia stata compiuta dal 2008 a oggi: il Sistema di gestione dei RAEE domestici – affidato dalla legge alla responsabilità dei produttori di apparecchiature elettriche – è passato da 80mila tonnellate raccolte e trattate in modo corretto a circa 240mila. Un sistema di eccellenza nel panorama internazionale che, tuttavia, realizza risultati quantitativi ancora modesti: l’Italia raccoglie e tratta correttamente circa 4 kg annui di RAEE pro-capite, posizionandosi al 16° posto nella graduatoria europea, ben lontana dagli obiettivi di 16 kg per abitante, fissati dalla nuova Direttiva RAEE entro il 2019. Il punto davvero critico è però che, secondo una ricerca del 2012 effettuata per conto di Ecodom da United Nations University, ogni cittadino italiano dismetterebbe quasi 13 kg di RAEE ogni anno, ma di questi solo 4 sono intercettati. Questo significa che ci sono dai 9 ai 10 kg di rifiuti elettrici ed elettronici che si disperdono lungo strade più o meno legali e più o meno ambientalmente corrette.

Il 70% del campione è i n grado di dare una definizione corretta di RAEE (e, nello specifico, il 25,7% ne sente parlare dai giornali, il 48,8% on line e solo il 14,3% alla Tv). “In un Paese come l’Italia – commenta Chiara Ferrari, Direttore studi Internazionali, Sociali e di Trend di IPSOS – dove la TV è ancora il mezzo fondamentale di accesso alle informazioni, diventa cruciale ottenere, allora, anche la collaborazione delle istituzioni per diffondere la cultura del riciclo e fornire a tutti indicazioni precise su come smaltire i RAEE, facendo leva sui benefici economici e sociali dei comportamenti virtuosi”.

E se sull’obbligatorietà di differenziare i RAEE, gli intervistati non nutrono dubbi – il 90% degli intervistati dichiara di sapere che è obbligatorio fare la raccolta differenziata anche per i RAEE – meno diffusa risulta essere l’informazione informazione sul livello di inquinamento prodotto dagli elettrodomestici dimessi (nella percezione dei cittadini, i più inquinanti sarebbero i frigoriferi, al secondo posto ci sono i computer, al terzo i televisori).

Per quanto riguarda i grandi elettrodomestici, il 74% conferma di portarli all’isola ecologica quando ha necessità di smaltirli, mentre il 26% si avvale dell’aiuto dell’azienda di igiene urbana per il ritiro a domicilio.

Meno informati e consapevoli, invece, sono gli italiani in merito allo smaltimento dei piccoli elettrodomestici: il 7% dichiara di averli buttati nel sacco della spazzatura, il 3% nel cassonetto stradale, mentre per il restante 90% l’unica soluzione è portarli alle isole ecologiche; nessuno degli intervistati afferma di aver mai riconsegnato al proprio rivenditore un piccolo elettrodomestico rotto.

Ed infatti, non sono in molti a conoscere le norme che disciplinano la raccolta dei RAEE: l’80% del campione non sa che dal mese di aprile 2014 è stato introdotto l’obbligo da parte dei rivenditori (per i negozi con superficie superiore ai 400 mq) del ritiro “uno contro zero” dei RAEE di piccolissime dimensioni (ossia il ritiro gratuito da parte dei rivenditori delle piccole apparecchiature elettroniche anche senza l’acquisto di una nuova).

Di contro, più della metà degli italiani intervistati (il 60%) sa che esiste l’obbligo di ritiro “uno contro uno” dei RAEE (in vigore da giugno 2010, impone a tutti i rivenditori al dettaglio di apparecchiature elettriche ed elettroniche di ritirare la vecchia apparecchiatura elettrica al momento dell’acquisto di una equivalente da parte del consumatore), ma il 51% del campione non ha mai utilizzato questo servizio, e il 22% solo una volta (il 27% anche più di una volta).

La realtà da cui partire è quella di spezzare, dunque, il circolo vizioso che ha portato alla situazione di oggi: si raccolgono pochi RAEE, l’industria non decolla, i costi per gli impianti di trattamento diventano più alti.

Due esempi: nel nostro Paese, nessuno è fino ad ora riuscito ad investire nella realizzazione di un impianto per la lavorazione delle schede elettroniche per l’estrazione delle materie più preziose (oro, terre rare, etc.). Questo perché le quantità di schede raccolte in Italia sono modeste: la conseguenza è che questa tipologia di componenti viene esportata verso impianti in Germania o in Belgio la cui industria trae beneficio delle materie prime ricavate; in Italia, inoltre, non è mai stato realizzato un impianto di smaltimento del CFC estratto dai frigoriferi: anche in questo caso, a causa della scarsità dei volumi, si devono esportare in Francia questi gas per termo-distruggerli, e sopportando costi esorbitanti.

“È urgente costruire percorsi di partecipazione”, ha concluso Renato Calì, segretario nazionale di Adiconsum, “che coinvolgano tutti gli attori – pezzi di società civile, associazioni e imprese, pubblica amministrazione, produttori – perché solo attraverso alleanze molto ampie sarà possibile fare di questo settore produttivo, un vero volano di sviluppo e della sostenibilità – ambientale ed economica – una chiave di sviluppo”.

http://www.lastampa.it/2015/02/06/scienza/ambiente/green-news/ambiente-cittadini-sensibili-ma-servono-pi-informazione-e-coinvolgimento-d9qj5hwizWGTpO9MpJS7cP/pagina.html